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F to M Consigli la storia di Eric ed Elia


FTM Consigli Logo di Chiara Polo

Nonostante la giovane età, parlando con Eric ed Elia si percepisce di essere in presenza di due persone che hanno già assunto il ruolo di mentore per la propria comunità. La loro pagina instagram, @ftm_consigli, ha lo scopo di andare a colmare la mancanza e la disorganizzazione delle informazioni circa il percorso di transizione per persone transmasc. E non ci stupisce che la community attorno ad essa sia in continua crescita, quando di fatto è ancora difficile fare chiarezza su un percorso complesso come quello di affermazione di genere (in Italia). Oltre, quindi, alla creazione di contenuti informativi sulla pagina, i due ragazzi ricevono quotidianamente centinaia di domande da parte di persone transmasc che vogliono cominciare il percorso di transizione, o l’hanno cominciato ma non hanno chiari gli step successivi, oppure che siano in piena fase di questioning, e che ritrovano in questa realtà un approdo sicuro e imparziale a cui rivolgersi per fare chiarezza. Non si tratta quindi soltanto di divulgazione, ma di un vero e proprio progetto di supporto che parte dalla voglia di Eric ed Elia di colmare quell’assenza di figure di mentoring con cui si sono dovuti scontrare loro stessi all’inizio del proprio percorso.

Abbiamo quindi intervistato i due ragazzi chiedendo loro di parlare della propria esperienza personale e della pagina in generale.



Volete raccontarci un po’ di voi?

Foto di Elia

Elia: Sono un ragazzo trans di 22 anni, sono in transizione da circa due anni e in terapia ormonale da più di un anno e mezzo. Nella vita sono educatore. Ho iniziato a fare divulgazione tramite la pagina perché volevo essere quella persona di riferimento, che a me è mancata quando ho iniziato il mio percorso anni fa’. In realtà, però, fare divulgazione ha aiutato anche me ad uscire dal guscio e a capirmi meglio.



Foto di Eric su cortese concessione di ©Matteo Semprini

Eric: Ho 24 anni, vivo in provincia di Rimini e,come Elia, anche per me condividere la mia storia mi ha aiutato molto: sono riuscito a scambiare informazioni con altre persone e a conoscere persone con percorsi simili al mio e che potessero capirmi.


Potete parlarmi del vostro percorso di transizione?


Eric: Ho capito che qualcosa era diverso a 18 anni, anche se non sapevo dare un nome a questa sensazione, perché all’epoca c’erano molte meno informazioni. Ho iniziato a dare un nome a quello che succedeva guardando programmi in tv–come “vite divergenti” del MIT–e riconoscendomi in alcune esperienze che venivano condivise sui social. Ci ho messo 3 anni prima di iniziare il percorso psicologico: avevo paura del mondo esterno e di quello che mi poteva succedere. Ero ancora lontano dall’accettazione di me stesso. Vedere alcuni ragazzi sui social americani mi ha aiutato, italiani non ne conoscevo.

Poi ad un certo punto però ho dovuto prendere coraggio perché la disforia peggiorava, quindi ho iniziato il percorso psicologico al MIT a 21 anni e a 22 ho iniziato il testosterone. Con la mia famiglia sono stato fortunato: mia mamma aveva subodorato un cambiamento in me, vedendo come anche prima della terapia c’era stato un cambiamento in come apparivo. Aveva quindi iniziato a tartassarmi di domande finché non le ho confessato tutto. All’inizio ha pianto e l’ha vissuta come se stesse perdendo la propria figlia, ma a poco a poco ha accettato la situazione. Oltre al timore dell’irreversibilità del cambiamento, aveva paura che sarei stato infelice e che la società mi sarebbe stata ostile. Al mio babbo l’ho detto solo poco prima di iniziare al MIT, ma lui in realtà l’ha presa bene quasi subito: mi ha detto che l’importante era che questo era ciò che mi faceva star bene.

Di tutto il mio percorso, forse il passo più importante è stata la mastectomia: vedermi allo specchio dopo l’operazione è stato il momento in cui mi sono sentito davvero allineato con l’immagine che avevo di me stesso. Il prossimo step per me è fare l’isterectomia, e con quello avrò finito il mio percorso, perché non sento il bisogno della falloplastica.


Elia: Mi son sempre sentito diverso dalle persone che mi circondavano, anche quando ero piccolo. Mi sono sempre percepito come un bambino ma le altre persone attorno a me, mi rimandavano a una cosa diversa. Dal periodo delle medie, anche se già mi fasciavo il petto, ho iniziato a pensare di dovermi adattare all’etichetta che il mondo esterno mi aveva messo per poter essere “come tutte le altre persone”. Pensavo di essere solo nella mia sofferenza e che nessun altro condivideva con me il disagio che sentivo. È stato in terza o quarta superiore che mi sono imbattuto in un ragazzo trans su instagram che faceva vedere il prima e il dopo terapia ormonale. Inizialmente non capivo cosa fosse e, quando ho letto la caption dove spiegava la disforia di genere, mi si è aperto un mondo ma, allo stesso tempo, mi è anche caduto addosso perché mi ci sono ritrovato. Avendo finalmente le parole per definire cosa sentivo, ho capito cosa mi succedeva ma, dall’altra parte, mi sono trovato in contrasto con la persona che ero stato fino a quel momento e la persona che gli altri vedevano in me. Tutte le prospettive che avevo in quel momento mi sono crollate. Capire di essere trans a sedici anni, quindi in periodo adolescenziale, non me lo ha fatto accettare fin da subito; tanto che ho provato invano a vivere facendo finta di niente, nonostante questa consapevolezza. Fino a che, anche a causa delle mie ideazioni negative sempre più persistenti, ho chiesto ai miei genitori di iniziare una terapia psicologica, senza dire la problematica. Ho iniziato in quarta superiore con professionisti validi ma che, diventato maggiorenne, non solo non hanno rispettato la mia privacy e il segreto professionale ma mi hanno anche fatto outing con i miei genitori. Oltretutto, questi professionisti, mi avevano obbligato a usare il maschile in seduta quando ancora non me lo sentivo e a scegliere persino un nome, spingendomi ad affrontare tanti pezzi che non ero ancora pronto ad affrontare: davanti al mio trovarmi in difficoltà a fare ciò la loro conclusione in risposta era stata che allora forse non ero davvero trans. Di conseguenza, mesi dopo decisi di darmi del tempo per esplorare la mia identità in autonomia e devo dire che quell’anno è stato vitale per capirmi, affrontare tutte quelle paure e consolidare la mia identità. Dopo un anno ero pronto e sentivo che avevo bisogno di iniziare un percorso di transizione, anche perché la disforia era comunque aumentata.

Ho iniziato ad ottobre 2019 all’ospedale Niguarda di Milano, sotto consiglio del mio medico di base, anche se, cominciare, è stato complesso per le tempistiche lunghe e la mancanza di informazioni su come accedere alle prestazioni mediche necessarie.


Quali sono stati episodi belli o brutti della transizione che vi ricordate particolarmente?

Eric: Ricordo bene come mi sono sentito la prima volta che ho indossato il binder quando mi sono visto piatto allo specchio. Ho messo la maglietta più stretta che avevo e che, di solito, evitavo di indossare. Un altro ricordo bellissimo è stato il primo Natale dopo che avevo fatto coming out con la mia famiglia, e anche se ero pre-t si sono impegnati a rivolgersi a me al maschile e mia zia ha fatto il segnaposto per me con il nome Eric. In quel momento mi sono sentito accettato.

Elia: A posteriori non riesco a trovare tante cose negative. Un momento bellissimo è quando, dopo nove mesi di terapia, mi sono guardato allo specchio ed è stata la prima volta nella quale mi sono riconosciuto nel riflesso che vedevo, nella quale mi vedevo. L’ultimo che mi viene in mente è stato quando mio padre, dopo l’udienza in tribunale, mi ha chiamato con il mio nome per la prima volta dal coming out.


Com’è nata la pagina?

Eric: La pagina l’avevo creata io perché mi sentivo molto solo dato che non parlavo con altri ragazzi trans perché non ne conoscevo, e volevo condividere esperienze personali e informazioni. Volevo creare una pagina che potesse dare aiuto, e inizialmente era più una rubrica dove fornivo informazioni, raccontando le mie esperienze. Ma poi, dato che molti ragazzi mi scrivevano per avere consigli, ho creato un box apposito per le domande. Poi è entrato Elia e ci siamo aiutati tantissimo con la gestione della pagina: via via l’abbiamo strutturata meglio, in modo da fornire informazioni nel modo più ordinato possibile.

Elia: Ho voluto aiutare perché anche io mi sentivo tremendamente solo e non solo avevo bisogno sentirmi parte di una comunità, ma anche di darmi sicurezza su chi fossi e cosa sentivo. Lavorare alla pagina per me è stato anche terapeutico, perché ogni volta che dovevo informarmi per dare risposte, aiutavo anche me stesso. In aggiunta pensavo che anche a me sarebbe piaciuto trovare qualcuno che facesse questo quando ero io all’inizio. Ormai lavoriamo insieme da tre anni e abbiamo visto la pagina crescere così come le informazioni sempre più specifiche che ci venivano chieste.


C’è stato un cambiamento per quanto riguarda le domande rispetto a quelle che facevano all’inizio, anche in risposta a una maggiore comprensione degli argomenti riguardo la comunità trans?

Elia: Non ci avevo mai pensato, ma penso di sì. Penso ci sia stato un cambiamento–anche se alcune domande basilari per cui basterebbe una googlata ci sono ancora. Dato che molte più persone trans si espongono e condividono la loro esperienza, ci si riesce ad informare di più. In generale, rispetto a prima ho visto questi due cambiamenti: l’abbassamento dell’età–chi ci fa le domande è sempre più giovane–e maggiore ricerca personale che fa arrivare alle domande “più preparati”.


Ma c’è qualche contro per questa sovraesposizione di informazioni? Ad esempio avere esempi internazionali tramite i social non porta ad avere aspettative un po’ falsate?

Elia: Secondo me sì, ce ne sono. Anzitutto, il lato positivo è che si hanno più possibilità di sapere molte più cose tuttavia, anche se si hanno molte informazioni, spesso si ha poca consapevolezza. Quindi si è davanti a persone che hanno informazioni ma che “partono in quarta”, e magari scrivono “Sono trans da un mese” oppure “Sono maschio da un mese, come faccio a prendere gli ormoni?”. Il che fa capire che c’è poca consapevolezza non solo della realtà transgender nella sua interezza ma anche del percorso in Italia. Essere così sovraespostə sostanzialmente vuol dire essere bombardatə da informazioni spesso senza nesso logico e se la tua identità è basata su tante informazioni sconnesse e un’assenza di introspezione, basta davvero poco per smontarla. All’inizio a me capitava di imbattermi in delle informazioni negative e fermarmi un momento a riflettere e pensare “ok, andiamo a capire la base di queste informazioni e come impattano me, come persona,” mi chiedevo: “quell’informazione va a invalidare la mia identità?” E la risposta era “No.” Ma se non ci si è presə il tempo per esaminare la propria identità e questa non è solida, è facile che si sgretoli appena ci si imbatte in quel singolo video negativo, che capita a tuttə di beccare, e che manda in crisi.

Un’altro pericolo è quello di basarsi sullo standard estero e poi scontrarsi con la realtà italiana, cosa che porta a fare i conti con la caduta delle proprie aspettative. Quindi quando capita che interagiamo con dei ragazzə che sono “lanciati”, ma non sanno molte cose importanti–come ad esempio il fatto che non puoi cominciare con gli ormoni subito appena decidi di farlo–ci sentiamo di metter loro un freno spiegando i vari step e che la realtà non è così semplice.

Al tutto si aggiunge la necessità che la propria identità si consolidi. Un errore comune è anche pensare che il testosterone risolva tutti i propri problemi–com’è capitato a me, in adolescenza. Se inizi il testosterone mentre non stai bene, può essere anche più dannoso: ad esempio il misgendering sotto terapia spesso ha un impatto molto più forte, perché tu ti vedi cambiare ma ti rendi conto che ə altrə ancora non ti riconoscono. Se non sei pronto, ti crolla il mondo addosso.

Eric: Sono d’accordissimo. Moltə pensano che il testosterone sia la bacchetta magica che risolve ogni cosa ma, poi, si va incontro a moltissime altre difficoltà: dal lavoro, alle dinamiche di tutti i giorni. Questo si ricollega anche ai social, che possono essere un bene perchè si hanno molte più informazioni ma anche un male, perché magari, ragazzə molto giovanə, vedono video di ragazzi trans su TikTok o Instagram felicə della transizione, senza vedere invece anche le difficoltà che si affrontano. La realtà non è fatta solo di quello che viene mostrato sui Social. Certo, ci sono momenti bellissimi, ma la transizione non è solo quello. Capita che ci scrivano deə ragazzə molto piccolə che vogliono la terapia ormonale subito e vogliono anche operarsi subito. Anche se è un bene che si scopra prima la propria identità, per la transizione è importante essere prontə anche psicologicamente. Infatti secondo me è importante un percorso psicologico per accettarsi e capirsi prima di cominciare.

Ci sono temi ricorrenti, tra le domande che vi vengono proposte?

Eric: Un tema ricorrente è come mettere il tape nonostante abbiamo fatto il post e la cartella in evidenza: torna tutti i giorni. Ci vengono chieste spesso anche informazioni sui packer, sui binder, sulle operazioni.

Elia: Spesso ci capita di dare risposte su tematiche per cui online non si trova assolutamente alcuna risposta, come ad esempio essere trans nelle forze armate. In questi casi dobbiamo rifarci all’esperienza di altre persone che ci seguono e che decidono di condividere la propria esperienza. Ultimamente ci chiedono sempre più spesso pareri, oltre che informazioni.


Quali sono state le domande che vi ha più sorpreso ricevere?

Elia: Oddio, me ne sono venute in mente alcune subito. Una volta ci hanno chiesto “ma quando muoio, chi mi fa le punture di testosterone?” Noi abbiamo risposto che, se era una battuta, non era divertente. Ma lui era serio e voleva davvero quell’informazione. Un’altra volta ci hanno chiesto se, facendo l’operazione ai genitali, si potesse mettere incinta una persona. Qui emergono dei buchi non solo di conoscenze di base rispetto al corpo umano ma anche di una mancanza di nozioni in educazione sessuale, che in Italia sono un grosso problema. Noi abbiamo fatto dei post informativi sulla sessualità trans, ma abbiamo dovuto avvalerci di informazioni prese da espertə internazionali–perché la sessuologia per persone trans in Italia è inesistente.

Eric: Oltre alla mancanza di conoscenze base, queste domande ti fanno capire che si tratta di persone molto giovani che non hanno informazioni basilari.

Elia: Oppure si capisce anche che sono partitə troppo veloci pensando già all’operazione genitale ma che in realtà hanno bisogno di fare un passo indietro e raccogliere più informazioni di base.



Gli step della transizione



Visto che la vostra pagina si concentra su divulgazione, parliamo di reperibilità delle informazioni. Com’è stato reperire informazioni all’inizio della transizione? Come avete fatto? Perché immagino che Infotrans non ci fosse.

Elia: No, Infotrans fino a qualche anno fa non c’era e molta gente tuttora non sa che esiste. Attualmente di informazioni ne circolano moltissime e le si può reperire da canali differenziati. Quando ho iniziato il mio percorso di consapevolezza, circa nel 2015, l’unica informazione in italiano a cui si riusciva ad arrivare era la persona italiana disposta a parlare della propria esperienza che, però, è sempre singola e soggettiva e quindi si rischia di dare false informazioni inconsapevolmente. In inglese si trovava e si trova di più, ma comunque si tratta di una lingua straniera che si deve conoscere ad un livello abbastanza buono per capire cosa si sta leggendo. Tuttavia, al contempo, se leggi in inglese, hai informazioni tarate su altri stati e, una volta che fai i conti con l’Italia, devi ricalibrare tutti i tuoi goal e tutti i passaggi che magari avevi già pensato di fare perché la normativa italiana è differente.

C’era bisogno di qualcuno disposto a riordinare e mettere insieme le informazioni per chi ha bisogno e che lo faccia in modo imparziale: ecco perché è nata la pagina così com’è oggi. Noi rimaniamo imparziali, a meno che non ci chiedano specificamente delle opinioni personali. L’imparzialità è fondamentale per dare informazioni in modo sincero. Non forniamo opinioni.


Eric: È difficile trovare informazioni senza dare opinioni. È difficile anche trovare persone che ti danno la propria opinione personale ammettendo che si tratta del loro percorso personale, senza voler invalidare il percorso di altre persone. Cerchiamo quindi di dare informazioni pratiche, come ad esempio: dove sono situati i centri, come iniziare il percorso burocratico, come fare per cercare lavoro, scrivere curriculum… eccetera. Ritornando alla domanda iniziale: io all’inizio avevo googlato “disforia di genere” e mi era uscito lo schemino con le informazioni base, con anche scritte cose che non erano aggiornate oppure proprio false. Dato che alcune di queste non sentivo mi appartenessero, per un momento non ho saputo cosa fare. A quel punto avevo quindi chiamato Agedo, dove mi era stato dato il numero di uno psicoterapeuta esperto di disforia di genere.


Siete d’accordo con l’obbligo della terapia psicologica prima dell’assunzione di ormoni?

Elia: Io non riesco a essere estremo né da un lato né dall’altro. Non è tutto bianco o nero, e credo ci sia bisogno di una scala di grigi in mezzo perchè il percorso di transizione è totalmente personale, anche se in Italia questa cosa non viene capita in alcun modo e lo si vede anche da come il percorso di transizione è strutturato. Togliere totalmente una cosa o obbligare a farla non ti permette di avere quel range dove puoi muoverti secondo i tuoi bisogni. Non credo sia giusto che qualcun altro ti dia il permesso o meno di iniziare. Però, anche se raramente, può capitare che alcune persone abbiano davvero altre problematiche che le hanno spinte a pensare di essere trans, quando magari, in realtà, non lo sono. In questi casi un supporto psicologico può aiutare a discernere e a non cominciare una terapia che sarebbe, altresì, dannosa. Ad esempio, sulla pagina, è capitata una ragazza che aveva confuso per disforia quella che in realtà era una non accettazione della propria omosessualità e aveva tentato di affrontare questo blocco, dandogli questo significato.

Tornando al percorso psicologico, non dovrebbe nemmeno essere un obbligo netto perché, diciamocelo, se una persona è pienamente consapevole della propria identità, tenerla per forza sei mesi in stallo (come da protocollo ONIG) vuol dire solo prolungare il suo disagio. Come poi lo è passare dal tribunale per cambiare i documenti che è l’estremo, perché ti toglie completamente la tua autodeterminazione. Secondo me ci sarebbe bisogno di valutare come creare una situazione intermedia.

Anche perché tutto è relativo: ad esempio, parlando di terapia psicologica obbligatoria, i sei mesi sono variabili. Io facevo una visita al mese, mentre da altre parti, che seguono sempre protocollo ONIG, ti fanno fare una seduta a settimana. Questo in sei mesi comporta una disparità nel numero di sedute enorme. Che senso ha mettere questi limiti se anche tra chi segue gli stessi protocolli c’è questa differenza?


Eric: Tante cose andrebbero modificate e, in alcuni casi, andrebbero accelerati i tempi. Ma penso che il percorso psicologico sia essenziale per capirsi. Non dev’essere un percorso che ti dice chi sei, perché quello lo devi fare da solo, ma deve essere un percorso che ti accompagna nella transizione. Alcune cose che ti succedono durante la transizione ti lasciano spiazzato, e magari non te le aspettavi, quindi è meglio avere un aiuto per affrontarle. Ovviamente, non trovo giusto che qualcunǝ decida se puoi cominciare oppure no, ma trovo importante che ci sia qualcunǝ che ti supporti e ti faccia aprire gli occhi, anche su diverse strade. Poi, non ha senso che ci siano centri che ti fanno aspettare anni prima di cominciare. Cioè, un supporto psicologico costante non farebbe male anche alle persone cis. Invece, per il percorso in tribunale è un altro discorso: che un giudice debba dirti cosa puoi fare o no della tua identità non ha senso di esistere.



Pro e contro del percorso psicologico? Eric: Per me, il percorso psicologico dovrebbe essere calibrato sulla persona. Il pro è il ritrovarsi in una situazione dove–spesso–ci si sente capitə per la prima volta e ci si sente ascoltatə. Il percorso psicologico mi ha aiutato a capire tantissime cose, anche su quello che sarebbe arrivato dopo. Ma un lato negativo è anche la distanza che spesso c’è tra la persona che ha bisogno e il centro dove può trovare supporto.


Elia: Per me il percorso psicologico–ma il percorso di transizione in generale–per come è strutturato non funziona, perché manca la componente dell’autodeterminazione. E l’individuo ne risente. Per fare un esempio, il giorno dell’udienza in tribunale io non ero contento di doverci andare: mi sentivo stanco, sfiancato. Ci portano allo sfinimento in un percorso che dovrebbe farci stare meglio. Certo, grazie al testosterone sto meglio, ma non grazie al percorso che mi hanno obbligato a fare. La psicologa, quindi, mi ha dato un sostegno per affrontare gli step di un percorso strutturato in modo sbagliato, dal nostro stato.


Pro e contro assunzioni di testosterone?

Elia: Non penso di poter definire dei contro, perchè la mia esperienza è totalmente positiva. Il testosterone per me è stato un salvavita.

Parlano in generale, in Italia le due tipologie di somministrazione disponibile sono iniezione o gel. Per tanti anni si è pensato che il gel fosse qualitativamente inferiore rispetto alle iniezioni, sotto l’influenza dell’esempio statunitense, dove si usano principalmente le iniezioni. In realtà gel e iniezioni hanno gli stessi effetti, anche se poi, ovviamente, i cambiamenti che si hanno con gel o iniezioni variano da persona a persona. Ma dipende anche dalle marche. All’estero esiste anche una sorta di capsula che viene impiantata nel gluteo, che ha la durata di sei mesi e che ogni settimana rilascia un quantitativo di testosterone. Anche qui però ci sono dei rischi: ad esempio si rischia che la pelle rigetti l’impianto o che venga iniettata una dose sbagliata di testosterone a causa di qualche malfunzionamento della capsula.

Dal 2020 in Italia si può accedere gratuitamente alla terapia ormonale grazie ad una notifica AIFA. Tuttavia, in realtà, la puoi avere solo se fai il percorso endocrinologico nel pubblico e non capisco perché ci sia bisogno di fare questa differenza, la documentazione pubblica vale quanto quella privata.

Un argomento connesso al testosterone è che al giorno d’oggi molte più persone si sentono libere di ammettere di aver interrotto il testosterone per vari motivi–come la perdita di capelli–una volta che hanno ottenuto i cambiamenti desiderati e una volta che questi si sono consolidati. C’è ancora del pregiudizio davanti a questi racconti, tuttavia sempre più persone si dimostrano aperte a riguardo.


Cos’è la mastectomia? Pro e contro?

Eric: La mastectomia è la rimozione chirurgica del seno. Anzitutto, bisogna tenere presente, che Il tipo di mastectomia viene decisa dallǝ chirurgǝ, che si basa sull’elasticità della pelle, sull’ampiezza del petto, sulla conformazione dei capezzoli eccetera. Un contro è che, le liste di attesa, nel pubblico, sono sempre lunghe e spesso arrivano a due e tre anni. Fortunatamente, alcunə chirurgə, danno la possibilità di mettersi in lista ancora prima di avere la sentenza in modo da ammortizzare un po’ i tempi. Comunque, se uno vuole e può , c’è la possibilità di fare l’operazione da privato. Per il resto, onestamente, non riesco a pensare ad un altro contro della mastectomia: sono stato estremamente bene dopo averla fatta.


Cos’è l’isterectomia? Pro e contro?

Eric: L’isterectomia è la rimozione dell’utero e delle altre strutture attorno. Io ho deciso di farla per un fatto di salute. Col passare del tempo, assumere testosterone va in contrasto con la produzione di ormoni da parte degli organi femminili, e c’è un più alto rischio di complicazioni come tumori. Però si può anche decidere di controllarsi più spesso e non fare l’isterectomia.


Cos’è la bottom surgery? Pro e contro?

Elia: La bottom surgery nel caso delle persone AFAB è la ricostruzione dell’organo genitale maschile, e può essere ottenuta tramite falloplastica o metoidioplastica. Credo che i pro e i contro siano personali. La falloplastica rispetto alla metoidioplastica, che è meno invasiva, ha rischi maggiori ma porta alla creazione di un fallo più grande rispetto alla meto. Alcune persone fanno prima la metoidioplastica e poi decidono di proseguire con la falloplastica; altre invece hanno talmente tanta disforia che per loro è essenziale fare la falloplastica per stare bene, quindi tutti i contro sono un rischio minore rispetto a quello che comporterebbe non operarsi.

Un grande contro di un’operazione così invasiva è che dopo averla fatta l’impatto psicologico è generalmente molto significativo, soprattutto per la falloplastica anche data tutta la fase post operatoria lunga e la necessità di fare più step dilazionati nel raggio di anni. Sempre per la falloplastica si aggiunge anche la necessità di cambiare ogni tot tempo l’impianto penieno (se è stato inserito). Per questo motivo è importante essere pronti psicologicamente anche prima di farla.


Eric: Come contro aggiungerei anche il rischio di perdita di sensibilità. Altra cosa il fatto di non sempre poter avere una somiglianza reale con l’organo sessuale di un uomo cis. Ovviamente a seconda del proprio sentire e bisogno, ogni persona valuta le conseguenze che è disposta a tollerare. Alcune persone si operano per una spinta sociale, più che per un vero bisogno personale. Per conformarsi all'idea binaria di ciò che dovrebbe essere un corpo maschile o femminile.


Le difficoltà più grandi del percorso in generale?

Elia: Per me, le difficoltà più grandi sono le tempistiche. Ad esempio, il mio centro usa il protocollo ONIG ma non in modo molto efficace. Per cominciare bisogna avere l’impegnativa medica (con una dicitura che cambia nel tempo e non reperibile da nessuna realtà ufficilae), bisogna chiamare per farsi mettere in lista e, se va bene, si ha il primo colloquio dopo un paio di mesi, se va male aspetti oltre sei mesi come è successo a me. Quindi si è obbligati ad aspettare dei tempi veramente lunghi a causa del loro protocollo interno. Dopo di che fanno il day hospital, e possono passare altri 6 mesi tra prima visita e day hospital che sancisce l’inizio del percorso psicologico. Io ho dovuto cambiare centro per la fase ormonale anche perché, a causa di queste tempistiche, rischiavo di rimanere senza terapia per tre mesi.


Eric: C’è qualcosa che non funziona nel sistema, che ci fa arrivare a fine percorso strematə. Passano anni e anni, in cui dobbiamo collezionare attestati su attestati che confermano chi siamo. Ma perché dovremmo convincere una persona sconosciuta in un tribunale che siamo chi diciamo di essere?


Transmasc: una persona assegnata femmina alla nascita (AFAB) il cui genere ricade però nel polo maschile dello spettro del genere (sia questa non-binary oppure uomo).

Intervista di Enea Venegoni

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